Intervista a Radio Kolbe

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“A Ruota libera” è il titolo del libro di Federico Grandesso, edito da Alberto Brigo. Sembrerebbe un libro sul ciclismo ma poi se si va a leggere il sottotitolo, “30mila chilometri con il cancro alle spalle” si capisce subito che è qualcosa di diverso”. Federico è stato intervistato nella rubrica Ritratto d’autore da Don Bruno e da Davide Girotto della Caritas. La bicicletta dunque è un pretesto per raccontare. «Il mio libro è nato proprio dal desiderio di parlare di una parola tabù come il cancro. Una parola che genera nelle persone che l’ascoltano, il senso della fine, il senso della morte. Io cerco nel mio piccolo di sfatare questa cosa, perché se è vero che il cancro miete le sue vittime è altrettanto vero che oggi grazie alla medicina e grazie alla forza di volontà su cui i medici continuano a battere, il 50% può farcela. Il cancro è una malattia e sappiamo benissimo che dinnanzi al male non si trovano parole. Io ho avuto la fortuna di avere la reazione contraria. Ho avuto modo, dopo lo smarrimento iniziale, di volerne parlare. La mia fortuna è stata quella di condividere il dolore con tutti. Inizialmente coloro che trovavo per strada non hanno apprezzato questa mia franchezza, però a me questa forza di riuscire a parlare con gli altri mi ha dato modo di frantumare questa montagna che mi era caduta addosso e di darne un pezzetto a ogni persona con cui venivo a conoscenza e tra una preghiera, una pacca sulla spalla, un incoraggiamento, ho costruito la mia fortezza. Quinidi il messaggio che mi sento di dare è quello di non chiudersi in se stessi ma di farsi dare una mano e di fare conoscere la propria situazione anche se drammatica perché in ogni caso si trova sempre un punto d’appiglio». Nel libro la bicilcletta ha avuto un ruolo terapeutico tanto che Federico la chiama dottore. Però ci sono state persone importanti nel suo percorso di guarigione: «le persone sono state fondamentali per me, ho sempre trovato degli spunti positivi questo grazie al fatto che dal punto di vista medico curano non solo il corpo ma anche l’animo e poi anche di compagni di avventura perché ti accorgi che quella montagna che sembra essere caduta addosso solo a te in realtà è caduta addosso a moltissime persone che condividono la tua stessa malattia. Così tenendoti per mano a loro trovi la forza, trovi il coraggio di camminare. Sembra quasi che al momento giusto, al posto giusto ci sia la persona che può aiutarti, come il medico che mi ha portato la busta gialla e che mi disse: “Non sta a me dirti quello che sarà ma ricordati che sei nel buio ma che in fondo c’è una luce. Ecco quel dottore per me è stato un angelo piovuto dal cielo perché in un momento di smarrimento mi ha dato coraggio, forza. Poi persone valide le ho incontrate anche fuori dall’ospedale, sembra che ci sia un mondo parallelo che aspetta di accudire persone che come me erano scese dal treno della vita e che erano salite sul treno della sofferenza. Ci sono state persone importanti come Padre Livio, come gli amici, come la famiglia». Afferma Federico: «Sono uno di quelli che ringrazia il cancro di averlo scelto, anche se tanti quando dico questo, mi guardano come se fossi un pazzo. Io adesso vedo la malattia come una opportunità che mi è stata data, di conoscere persone fantastiche, di cambiare il mio atteggiamento nei confronti della vita, di vedere nascere il nuovo Federico, sopra il vecchio Federico». Padre Livio è stato un incontro importante, un primo passo verso la fede vera: «La mia fede era una fede che definirei scolastica, gli mancava qualcosa di mio, ovvero l’affidarmi a Dio. Avere una serenità interiore qualunque fosse stato l’epilogo della mia storia». E poi è entrata in scena la bici, la MTB (la mountain bike), uno strumento che è stato un dottore: «sulla bici ci ho sfogato sopra di tutto, ci ho pianto, ci ho riso, ma sopra ci ho soprattutto pianto, il pianto liberatorio del ritorno alla vita che si mescolava al sudore della fronte, e mi ha fatto capire che ho avuto un grande privilegio, nonostante le conseguenze che ho avuto ma che sono sicuramente minimali a confronto della gioia del tornare a vivere».

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